Blog — IntenzioniDante Noguez |
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| Lingua | ES/EN | ||
Etimologicamente, il vocabolo tzompantli si compone delle parole tzontli («capelli» o «testa») e pantli («fila»), entrambe appartenenti al nahuatl. Il suo significato si riferisce a ciò che certi resoconti storici hanno descritto come pali o paletti sui quali venivano infilzate le teste delle vittime sacrificate1. Le scoperte archeologiche ci hanno permesso di osservare quelle strutture antiche che alcune culture mesoamericane edificarono per impalare i teschi di esseri umani immolati. Questo curioso fenomeno è già stato ampiamente trattato in diverse ricerche e non sorprenderà troppo coloro che hanno familiarità con il Día de Muertos (poiché anche in quella festività si impilano teschi (sebbene di zucchero) per commemorarla); tuttavia, più interessante e ancora meno trattata è un’altra verità storica: il tzompantli, ovvero l’impilamento di teschi, non è un fenomeno esclusivamente mesoamericano, bensì universalmente condiviso da diverse culture (e persino specie) nel corso dei secoli.
Senza un contatto chiaro tra culture asiatiche e mesoamericane, uomini di entrambi i lati del mondo hanno praticato questa mostruosa arte fin da epoche antichissime: sotto il regno di Alauddin Khalji (fine del XIII secolo), ad esempio, fu costruita la Chor Minar (‘torre dei ladri’) dove, attraverso i 225 fori progettati ad hoc nella parete, venivano esposti pubblicamente i teschi dei prigionieri mongoli giustiziati. In tempo di guerra, questi fori venivano utilizzati per esporre i teschi dei capi (nel senso più letterale del termine) o leader militari della fazione sconfitta, mentre i teschi degli altri soldati venivano impilati a forma di piramide fuori dalla torre.
Sebbene probabilmente esagerati, certi resoconti hanno descritto le torri che Tamerlano (ca. 1336 - 1405), condottiero della dinastia Gurkani, faceva edificare con migliaia di teschi appartenenti agli uomini delle popolazioni che conquistava. In riferimento a queste conquiste, Vereshchagin dipinse L’apoteosi della guerra, un quadro in cui si mostra una piramide di teschi nel deserto; alle sue spalle si intravede la città di Samarcanda.
Allo stesso modo, nell’Akbarnama di Abul Fazl (II, XI, 41) si narra l’edificazione (compiuta dall’impero moghul, fondato da un discendente del medesimo Tamerlano) di un minareto con le teste dei suri assassinati durante la seconda Battaglia di Panipat nel 1556. La Muntakhab-ut-Tawarikh di Badayuni (II, 17; 169) conferma questo fatto e lascia intendere che si trattava di una pratica abituale durante il governo dei moghul dell’India. Questi tre imperi, il turcoafghano Khalji, il turcomongolo Gurkani o timuride e il turchico islamico moghul, si aggiravano nel territorio di Delhi dove ancora oggi si può visitare la Chor Minar, situata verso sud della città, in Sri Aurobindo Marg.
Infine, sappiamo anche che il visir Hurshid Pasha ordinò di erigere la Ćele kula (‘torre dei teschi’) per impalare le teste dei ribelli caduti durante la Battaglia di Čegar nel 1809. Si tratta di una struttura in pietra, situata a Niš (città serba) che misura 4,5 metri di altezza e che originariamente conteneva 952 teschi incastonati nei quattro lati, attraverso 14 file. Verso il 1892 fu costruita una cappella intorno ad essa, ma ancora oggi si conserva al suo interno il muro di teschi.
Curiosamente, nel suo Voyage en Orient (‘Viaggio in Oriente’), il poeta francese Alphonse de Lamartine narrò il suo incontro con questa torre (nel 1833, solo un paio di decenni dopo la sua costruzione). Era una giornata soleggiata quella in cui arrivò al paese, per cui poco dopo Lamartine cercò un luogo dove riposare. Avendo scorto una grande torre bianca, si avvicinò e si sedette a riposare. Un momento dopo, alzò gli occhi verso il monumento e vide che le sue pareti, che aveva confuso con marmo bianco, erano in realtà fatte di file regolari di teschi umani: «Questi teschi e volti di uomini, emaciati e sbiancati dalla pioggia e dal sole, cementati con un po’ di sabbia e di calce, formavano tutto l’arco trionfale che mi riparava; potevano essere da quindicimila a ventimila; ad alcuni, i capelli pendevano ancora e svolazzavano come licheni e muschio al vento; la brezza delle montagne soffiava viva e fresca, e, inghiottita nelle innumerevoli cavità di teste, di volti e di teschi, faceva emettere loro fischi pietosi e lamentevoli. Non c’era nessuno che potesse spiegarmi questo monumento barbaro»2. Come apprese Lamartine in seguito, l’esibizione di teschi (come in tutti gli altri casi che abbiamo citato) veniva utilizzata come avvertimento e intimidazione contro i nemici dell’impero3.
Tra il 1898 e il 1905, il pittore (anch’egli francese) Paul Cézanne cominciò a produrre nature morte con un soggetto principale piuttosto lugubre: i teschi. Tra queste, spiccano le opere Piramide di teschi e Tre teschi. Il suo amico Joachim Gasquet racconta che, poco prima della sua morte, gli piaceva recitare il Quartetto (epigrafe dell’opera Claire Lenoir, di L’Isle Adam) di Verlaine:
D’ailleurs en ce temps léthargique,
Sans gaîté comme sans remords,
Le seul rire encore logique,
C’est celui des têtes de morts.4
Infine, è doveroso menzionare che non siamo l’unica specie ad aver mostrato questo comportamento. Gli entomologi5 hanno descritto come formiche della specie Formica archboldi «collezionino» teschi di formiche Odontomachus, il che permette loro di impregnarsi del loro odore per mimetizzarsi tra esse (le formiche dipendono significativamente dal loro olfatto per distinguere tra amici e nemici) e continuare a cacciarle o, nel caso, per nascondersi da formiche «rapitrici». Chiunque si affacci anche solo un poco alla storia dell’umanità, e forse anche a quella di qualsiasi altra specie, finirà sempre per constatare l’ineludibile verità che nihil novum sub sole.
Questo articolo è la versione originale del testo pubblicato sulla revista Algarabía.
Nel Códice Durán, dove si parla anche del cannibalismo precedente all’edificazione del tzompantli: «De palo á palo por los agujeros benian unas barras delgadas en las quales estavan ensartadas muchas calaberas de honbres por las sienes tenia cada bara beinte cabeças llegaban estas rengleras de calaveras hasta lo alto de los maderos de la paliçada de cavo á cavo llena que me certificó un conquistador que eran tantas y tan sin cuento y tan espessas que ponian grandisima grima y admiracion estas calaveras todas eran de los que sacrificaban á los quales despues de muertos y comida la carne trayan la calavera y entregavanla á los ministros del tenplo y ellos las ensartaban ally preguntando si las mudavan ó quitavan de allí en algun tiempo dicen que no sino quellas de biejas y añejas se cayan a pedaços ecepto que quando la paliçada se enbejecia la tornaban á renobar y que al quitar se quebravan muchas y otras quitavan para que cupiesen mas y para que huviese lugar para los que delante havian de matar; pregunte si las ponian con su carne y todo respondieronme que no sino despues de havelles comido toda la carne trayan al templo solo el gueso aunque algunas les dejavan las cavelleras y asi se estavan alli asta que se les caya el cavello tanbien pregunte que se hacia de los demas guessos á lo qual me dixeron quel amo del yndio que se havia sacrificado los ponia en el patio de su casa en unas baras largas por trofeos de sus grandeças y haçañas y para que se supiese que aquel havia sido su prisionero avido en buena guerra».↩︎
Traduzione propria basata sul tomo II del Voyage en Orient, edito a Parigi da Hachette Livre (1913, p. 256).↩︎
Dopo questa breve rassegna, non deve restare dubbio sulle infinite forme in cui la prestigiosa filologa María Elvira Roca Barea, nel suo articolo sull’«olocausto azteco», incorre in imprecisioni storiche, archeologiche, culturali e, naturalmente, filologiche. In sintesi: gli tzompantli non erano olocausti perché non si bruciava (ὅλος: «tutto», «intero»; καῡσος: «calore», «bruciare») i sacrificati, né erano ebrei né agnelli; esistono numerosi studi archeologici pubblicati su questo tema in università e riviste messicane; i messicani non vivono accecati da una mitologia che faccia loro credere che il dio Quetzalcóatl abbia fondato il Messico; e, infine, il tzompantli non ha nulla a che vedere con la conquista del Messico, né come motivo né come giustificazione.↩︎
A quanto comprendo, Gasquet citava una forma diversa da questa che presento, l’originale. In italiano, senza l’intenzione di mantenere la poesia dei versi, dice così: «Del resto in questi tempi letargici, / senza allegria e senza rimorso, / l’unica risata ancora logica, / è quella delle teste dei morti».↩︎
Smith, A.A. Prey specialization and chemical mimicry between Formica archboldi and Odontomachus ants. Insect. Soc. 66, 211–222 (2019).↩︎